lunedì 1 ottobre 2012

VERUM IPSUM FACTUM - confutazione del nuovo realismo

Alla corrente filosofica del nuovo realismo, di cui in Italia si è fatto propugnatore Maurizio Ferraris, vanno riconosciuti alcuni meriti importanti. In primo luogo, di aver rimesso al centro dell'attenzione il dibattito filosofico, di aver rimesso in connessione dibattito politico e dibattito filosofico. Alla base del nuovo realismo, o pensiero ontologico, c'è l'intuizione che va rovesciata la tesi di fondo di tutto il pensiero filosofico "postmoderno", secondo cui non esiste la realtà, ma esiste la realtà come la interpretiamo. Se vogliamo, questa idea di fondo attraversa tutte le principali correnti filosofiche del novecento fino ai nostri giorni, e hai i suoi riferimenti nella filosofia di Nietzche, in Heidegger, etc., e gli ultimi epigoni italiani nel pensiero debole (Vattimo, etc.). Il nuovo realismo reagisce a questo "pensiero fondamentale", che è alla base del postmoderno, riabilitando e rilegittimando la realtà, che è insopprimibile, sta davanti a noi nella sua irriducibilità. Secondo Ferraris, il nuovo realismo è anche un pensiero essenzialmente democratico, antipopulista, perchè alla base dei vari populismi, ed in particolare del populismo mediatico in salsa berlusconiana, c'è l'idea che la realtà sia sempre manipolabile, che non esista alcuna verità, ma solo quella che noi riteniamo tale, una verità costruita, che può mutare a seconda dei punti di vista. In questo c'è del vero. Merito di Ferraris è aver messo in rilievo come il pensiero filosofico non sia qualcosa di morto, ma qualcosa che influenza profondamente il modo di pensare della società ( e ne è a sua volta influenzato, direi). Il prevalere del nichilismo, dell'idea che nessuna verità è vera, certamente è alla base della deriva delle società postmoderne verso il cinismo assoluto e quindi senza dubbio ha favorito il propagarsi di idee populiste. Non è una scoperta, direi. Già a suo tempo, il superomismo, per quanto fosse la risultante di interpretazioni riduttive del penisero "niciano", ispirò le ideologie totalitarie di destra. Così come un'interpretazione estremamente soggettivistica del primato della lotta di classe di derivazione marxista ha ispirato le ideologie totalitarie di sinistra. Direi che in epoca di crisi ecologica, che rischia di rendere il pianeta inabitabile dall'uomo, il nuovo realismo ha anche il merito di mettere punto all'idea che l'essere umano possa fare della realtà e della natura ciò che vuole, che vi sia un'onnipotenza della tecnica umana sulla natura. Un'idea come stiamo vedendo dagli esiti catastrofici. La realtà esiste, ed esiste la natura, e va studiata, compresa, conosciuta. E tuttavia, davvero ci si può accontentare di questo? Nessuno dei grandi pensatori moderni, invero, lo ha mai negato. Nè il criticismo kantiano, nè l'idealismo hegeliano, nè il pensiero marxista più serio. Ciò che rappresenta il progresso fondamentale del pensiero moderno (non quello postmoderno, su cui le critiche di Ferraris sono ampiamente condivisibili) è che non ha senso parlare di realtà separandola dalla coscienza della realtà e dal pensiero, ossia dal soggetto pensante. Tornare indietro da questa conquista fondamentale sarebbe a mio avviso un passo indietro. Ferraris a parole non lo nega, ma di fatto la sua ontologia, che si fonda sulla distinzione tra oggetti naturali e oggetti sociali, rischia di riportarci in antiche diatribe su dove comincia la realtà oggettiva e dove la realtà soggettiva (o sociale, che poi sarebbe la stessa cosa). In verità, questa distinzione è solo fittizia. Non esistono oggetti naturali e oggetti sociali; anche il sasso, l'albero, il fiume, sono per l'essere umano oggetti che esistono in quanto esistono nel suo pensiero e sono oggetti che l'uomo trasforma nella sua attività sociale. Il tavolo costruito con il legno dell'albero del resto non è meno naturale, meno oggettivo, per l'uomo, del legno stesso non lavorato. Il mondo inizia quando inizia ad essere percepito e quindi pensato. Se un giorno sparisse la specie umana, è vero che in astratto il mondo continuerebbe ad esistere, così come è esistito prima che nascesse la specie umana, ma se ci si pensa bene tra il nulla e il mondo non percepito e non pensato da alcuno non esisterebbe alcuna differenza sostanziale. Il mondo non pensato è equivalente al nulla. Il cominciamento, l'inizio, il passaggio dal nulla al qualcosa si ha quando appare la coscienza di questo qualcosa. Dire che tuttavia quel qualcosa esiste indipendentemente da noi è un'astrazione priva di senso. Come se ne esce da questa aporia: la realtà deve esistere indipendentemente da chi la pensa e tuttavia senza un essere che la pensa non può esistere. Ho trovato la risposta, o mi è sembrata di trovarla, rileggendo in questi giorni Gian Battista Vico: "verum ipsum factum". E' vero ciò che è fatto, ciò che l'essere umano fa. La verità è il fare. Il mondo è vero in quanto pensato e creato da Dio(e questo immagino sia difficilmente accettabile per chi non è credente, anche se a mio avviso contiene una profonda verità, se non altro in quanto presuppone che il mondo per poter essere vero deve essere non solo pensato, ma creato, trasformato). Il mondo umano è vero in quanto pensato e creato dagli esseri umani. Non singolarmente presi, ma nella loro storicità. Ossia nel loro agire collettivo, interdipendente, intersoggettivo. Erede di questa visione è lo storicismo crociano, ossia una visione dell'uomo come essere integralmente storico, l'idea che la verità umana sia nel suo divenire storico. Erede di questa visione è la filosofia della prassi gramsciana. Nè ritorno all'oggettivismo tomistico, nè il soggettivismo irrazionale, individualistico, nichilistico, secondo cui la verità è "uno nessuno centomila". Nel ritorno all'ontologia non scorgo alcun avanzamento sotto questo profilo, ma l'estremo approdo di una visione nichilistica che giunge a pensare la possibilità di un mondo senza pensiero, senza agire umano che lo trasforma. In definitiva senza l'uomo. Un incubo che potrebbe anche diventare realtà, visto che con il surriscaldamento del clima stiamo distruggendo le condizioni della sopravvivenza della nostra specie. Ma l'esito di questa autodistruzione, che è poi l'esito di un mondo dominato dalla tecnica fine a se stessa, cioè dall'idea che di questo mondo si possa fare ciò che si vuole, non può consistere nel rendere più tollerabile l'idea di un mondo senza di noi. L'esito su cui scommettere e su cui vale la pena spendersi non può che essere quello di un nuovo umanesimo, che sappia ripristinare il necessario equilibrio tra il mondo naturale e l'attività trasformatrice dell'uomo. Senza la tecnologia umana, il surriscaldamento del pianeta non ci sarebbe mai stato, ma senza la stessa non sarebbe nemmeno pensabile arrestarlo. Qui sta la sfida.

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